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In questi giorni sulla rete, in particolar modo in Facebook, sta spopolando una lettera scritta da un commerciante di Milano.

Nella sostanza la lettera attacca la classe politica sottolineando il fenomeno della scomparsa delle "botteghe artigiane", che da diversi anni è in corso.

Chi mi segue sa che da sempre sono impegnato nel cercare di sensibilizzare e far comprendere invece quanto sia importante tutelare il tessuto artigiano italiano.

Non solo perché questo rappresenta una risorsa economica e di conseguenza un'opportunità di lavoro per molte persone, ma soprattutto perché questo è portatore sano di saggezza, di un saper fare, di una vera e propria cultura del lavoro e che costituisce una ricchezza del nostro Paese.

Devo però ammettere che non sono del tutto in accordo con quanto scritto ed affermato nella lettera di questo commerciante, artigiano, di Milano.

Se da un lato è innegabile che manchino adeguate politiche a sostegno delle imprese artigiane italiane, che vedono i grandi gruppi, le cosiddette multinazionali, aprire punti vendita nei centri commerciali o inondare il mercato con i propri prodotti a basso costo anche attraverso il mondo dell'e-commerce, dall'altro lato è altrettanto vero che oggi, nel mondo in cui viviamo, è fondamentale essere capaci di innovare.

Di recente sono stato intervistato dalla rivista "Eclettica Magazine", una rivista dedicata al mondo del marketing la cui peculiarità sta nel raccontare le imprese italiane che nulla hanno da invidiare a realtà blasonate come Apple o Google se non nelle dimensioni.

Nel numero di Gennaio, di imminente pubblicazione, sono stato scelto per inaugurare la rubrica dedicata ai visionari italiani.

Una rubrica che di volta in volta presenterà quegli imprenditori, quegli artigiani, quei commercianti, che dimostrano con il loro operato e la loro perseveranza di possedere una capacità di visione ed innovazione che gli consente di portare avanti la propria attività sul mercato.

Perché questa sottolineatura? Non per autocelebrarmi, ma per focalizzare l'attenzione su un aspetto molto importante, cioè che da sempre il tessuto economico artigiano si è dovuto in qualche modo adattare al cambiamento dei tempi e del mercato. Sicuramente nemmeno l'attuale classe politica si sta interessando a tutelare la classe artigiana, ma è altrettanto vero che un artigiano oggi non può pensare di continuare il proprio lavoro con le stesse modalità e la stessa visione di 20 o 30 anni fa.

Oggi è di vitale importanza che l'imprenditore lo diventi a 360 gradi. Non importa quanto possa essere piccola l'attività, non importa se si opera su un territorio molto ristretto (come ad esempio un panificio che si relaziona con le persone del quartiere in cui si trova). Oggi è fondamentale prima di tutto cambiare la mentalità con cui si fa impresa, sia essa un'attività artigiana, sia essa un'attività commerciale, sia attività di un libero professionista.

Certamente non è facile, ci vogliono tempo, energie, la disponibilità a mettersi in discussione, una sana ambizione e volontà. Io e la mia socia, ad esempio, sono anni che investiamo anche economicamente per innovare le attrezzature, strizzando l’occhio alla 4.0 per migliorare i nostri processi produttivi e i nostri servizi. Non solo, ma stimoliamo anche i nostri collaboratori attraverso una costante formazione. Ci vuole insomma una visione globale ed un progetto che partendo da intimo e diventa qualcosa di tangibile.

Quindi mi trovo d'accordo quando l'artigiano di Milano nella sua lettera critica l'immobilismo di chi governa questo Paese anzi, potrei perfino arrivare a pensare ad un disegno precostituito atto ad eliminare definitivamente le microimprese dal territorio. Ma è anche vero che oggi ci sono esempi di realtà che riescono non solo a rimanere in attività proprio grazie alla lungimiranza, alla visione fresca del fare impresa, alla formazione personale e dei propri collaboratori ma anzi di avere successo, quindi si può.

La rivista per cui sono stato intervistato, ad esempio, in ogni numero proporrà realtà tra di loro molto differenti (artigiani, commercianti, imprenditori, ecc...), che però hanno tutte una caratteristica in comune: la capacità di cambiare, la capacità di mettersi in discussione, l’ ambizione di emergere.

Questo non significa non prendere atto delle tante difficoltà da affrontare quotidianamente per portare avanti la propria attività. In dicembre mi sono soffermato con degli articoli, ad esempio, sulla difficoltà che le nostre aziende hanno nell'essere competitivi a livello internazionale (avevo preso spunto da un reportage effettuato dalla trasmissione Report di Rai 3 dedicato all'industria farmaceutica).

Sicuramente senza una adeguata politica (da un lato tesa a tutela delle microimprese, dall’ altro tesa a limitare la solita speculazione al massimo ribasso) nel giro di poco tempo saranno sempre meno coloro che saranno nella condizione di innovare e di portare avanti la propria azienda, noi compresi probabilmente.

Già solo lo sconforto che deriva da tutta questa negatività è preludio di mancata innovazione, visione e impresa ma va combattuto come meglio possiamo rifiutando il destino di scomparire.

Le così dette "botteghe" non sono solo una risorsa economica, ma sono quel legante che permette ad una comunità di vivere, prosperare e socializzare. Concordo appieno con l'artigiano che ha scritto questa lettera, diventata oramai virale, che senza "botteghe" le strade sono più buie, più sporche e di conseguenza più pericolose.

Concordo anche sul fatto che la scomparsa delle "botteghe" implica anche la scomparsa di una parte della cultura e della storia del nostro Paese. Infatti il saper fare dell'artigiano è sinonimo di cultura, non a caso nelle culture orientali l'artigiano e visto come un vero e proprio maestro di un'arte. Del resto fino a pochi anni fa nella nostra lingua si utilizzava la parola mastro (da cui deriva la parola "maestranze") per indicare una persona, capace grazie alle proprie competenze e alla propria esperienza, di dare vita a lavori definibili tranquillamente come capolavori di arte.

Penso al recente documentario finanziato dalla Lexus sulla figura giapponese del "takumi". "Takumi" è un titolo onorifico, chi viene riconosciuto a quegli artigiani che hanno dedicato al proprio lavoro almeno 60.000 ore. Un titolo per indicare una persona che ha trasformato il proprio lavoro in arte, in poesia e la sua capacità di tramandarla. Li funziona così.

Concludo questa lunga riflessione sintetizzando il mio pensiero. È innegabile che l’inadeguata politica di questi anni stia condannando tantissime microimprese a chiudere i battenti. E altrettanto innegabile come sia fondamentale cambiare la propria mentalità di approccio al lavoro. Non importa quanto sia piccolo il nostro business. Noi tutti dobbiamo ragionare come dei manager, come se la nostra azienda (esagero ma forse no) fosse una multinazionale. E’ quindi fondamentale scegliere di crescere e diventare grandi (facendo rete ad esempio) ed abbandonare le nostalgie del passato se vogliamo almeno continuare a sperare.

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